The Race of the Barefoot: heart, sand and faith in Cabras

A Cabras settembre non è semplicemente un mese. È il mese. Quello in cui il cuore batte più forte, la polvere si alza dalla strada e il tempo sembra tornare indietro di secoli.

È il momento della Corsa degli Scalzi in onore di San Salvatore.

Non è una gara.

Non è una sfilata.

È un rito.

Tutto ruota attorno a San Salvatore, il piccolo villaggio campestre a pochi chilometri da Cabras. Un luogo quasi sospeso nel tempo, con le sue casette basse, il santuario, le strade di terra battuta. Qui, nei giorni che precedono la festa, si vivono le novene: preghiere, canti, silenzi carichi di attesa. Ma San Salvatore è anche un posto dove sacro e antico si intrecciano. Accanto alla devozione cristiana si respira qualcosa di più arcaico, quasi pagano, che profuma di terra, sudore e tradizione.

La Corsa degli Scalzi nasce da un voto. Secoli fa, per salvare il simulacro del santo da un pericolo – si racconta di incursioni saracene – i cabraresi promisero che, ogni anno, lo avrebbero trasportato di corsa, a piedi nudi, fino al villaggio. E da allora la promessa si rinnova, identica e potente.

Il sabato precedente alla prima domenica di settembre, all’alba, Cabras si sveglia con un’energia diversa. Gli “scalzi” – uomini di tutte le età, vestiti con il saio bianco – si preparano in silenzio. Niente scarpe. Solo piedi nudi pronti a sentire ogni pietra, ogni granello di sabbia, ogni asperità della strada.

Quando il simulacro di San Salvatore esce dalla chiesa parrocchiale, il brusio diventa emozione pura. Si alza un grido: “Evviva Santu Srabadoi!”. E poi si parte.

La corsa è vera.

È polvere che si attacca alla pelle.

È fiato corto.

È spinta collettiva.

Il percorso di circa sette chilometri attraversa la campagna, tra sterrati e tratti asfaltati che sotto il sole di settembre possono bruciare. Ma nessuno si tira indietro. Non è una prova di forza, è una prova di fede.

La cosa che colpisce di più non è la velocità. È l’unità. Gli scalzi si muovono come un unico corpo, proteggendo il santo al centro, sostenendosi a vicenda. Se uno inciampa, gli altri lo sollevano. Se uno rallenta, c’è sempre una mano pronta a spingerlo avanti. È una comunità che corre insieme, senza protagonisti.

L’arrivo a San Salvatore è un’esplosione di emozione. Applausi, lacrime, abbracci. Il piccolo villaggio si riempie di vita. Le novene continuano, le famiglie si ritrovano, le tavolate si allungano davanti le piccole abitazioni. Si mangia, si canta, si raccontano storie che sembrano le stesse di sempre eppure ogni anno sono nuove.

E poi, la domenica successiva, di sera, si ripete tutto al contrario. Gli scalzi riportano il santo a Cabras, ancora di corsa, ancora a piedi nudi, con i più piccoli in grembo. È il ritorno, altrettanto intenso. È la chiusura di un cerchio.

Estremamente affascinante è anche la processione delle scalze, che in abito tradizionale e, per fede e sacrificio, a piedi nudi, seguono lo stesso percorso il venerdì antecedente alla prima corsa e il lunedì successivo al ritorno del Santo a Cabras accompagnando il simulacro di Santu Srabadoeddu.

Ma la Corsa degli Scalzi non è solo religione. È identità. È memoria collettiva. È quel filo invisibile che lega i bambini che guardano con gli occhi spalancati agli anziani che magari, anni prima, quella corsa l’hanno fatta davvero. È il passaggio di testimone tra generazioni.

E c’è qualcosa di profondamente autentico in questa tradizione. In un mondo che corre veloce, qui si corre per restare fedeli a una promessa antica. Si corre scalzi, senza filtri, senza protezioni. Si corre sentendo la terra sotto i piedi, ricordandosi da dove si viene.

Chi assiste per la prima volta resta colpito. Non è una festa costruita per i turisti. È vera, viscerale. Se capiti a Cabras in quei giorni, non sei solo spettatore: vieni trascinato dentro, tra la polvere e le grida, tra il sacro e il profano.

E forse è proprio questo il segreto della Corsa degli Scalzi: non si limita a raccontare una storia. La fa rivivere, ogni anno, con la stessa intensità. È Cabras che corre. È un popolo che rinnova la sua promessa. È un piccolo villaggio che, per qualche giorno, diventa il centro di un mondo antico e potente.

A settembre, a Cabras, non si cammina.

Si corre.

Scalzi.

E con il cuore pieno.

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